Alla vigilia della giornata internazionale del rifugiato, un racconto della comunità per minorenni presente a Cuccurano di Fano.

Marwan ha impiegato un anno per arrivare dall’Egitto all’Italia. “Il viaggio in barca è durato quattro giorni di paura, in cui credevo che sarei morto. Vedevo solo acqua attorno a me, finché non è arrivato chi ci ha trascinato a terra”. Il ricordo di quel gommone è terribile per un ragazzo che al tempo aveva 15 anni, che non sapeva nuotare, e che oggi, un anno dopo, ha trovato ospitalità e accoglienza a Casa Lucia, struttura della Cooperativa Utopia. Si tratta di una realtà ormai storica nella città di Fano, dove sono ospitati tutti ragazzi minorenni arrivati in Italia dall’estero senza alcun familiare.

Entrando in casa salta subito agli occhi la varietà di nazionalità presenti. Tre gli albanesi, un pakistano, e poi il continente africano rappresentato in tanti suoi Stati, dall’Egitto, alla Tunisia al Marocco, Senegal, Gambia, Mali e Nigeria. “Ognuno di loro ha seguito tratte diverse, arrivando in Italia per mare, o per terra, o per meglio dire, nella maggioranza dei casi, attraversando il deserto, o camminando attraverso i Balcani”, spiega Lara Ricciatti, responsabile della struttura. “Dal loro Paese all’Italia impiegano spesso molti mesi, fermandosi anche a fare lavori di fortuna pur di racimolare i soldi per sostenere le spese del viaggio o si trovano ridotti in schiavitù perché i trafficanti richiedono, anche durante il percorso, nuovamente del denaro, pena il loro abbandono soli in mezzo al deserto.  A muovere tutti loro, la speranza di un futuro migliore”. Un futuro migliore che passa inesorabilmente dal trovare un lavoro, come spiega Marwan: “I miei genitori neppure volevano che partissi, ma a casa non c’erano soldi e io volevo vivere una vita diversa”.

Sono 37 i ragazzi che nell’ultimo anno sono transitati per la struttura, 12 dei quali ancora residenti. Ragazzi traumatizzati dal distacco con il proprio territorio d’appartenenza e con i propri affetti che devono ricostruirsi un’esistenza in un luogo di cui ignorano gli usi e i costumi e dove spesso vengono visti come un “pericolo” rispetto ad un quieto vivere comune. Se tutti sono alla ricerca di un lavoro è altrettanto vero che tutti hanno una terribile nostalgia di casa: “Quello che più mi manca è la mia famiglia, mia mamma con cui sono in contatto con il cellulare ma che non so quando riuscirò a rivedere”. Casa Lucia allora cerca di essere per loro una seconda famiglia, come racconta Lara: “Per lo più sono ragazzini che hanno vissuto esperienze terribili per la loro età, ma pur sempre ragazzini, che chiedono attenzioni e affetto, che è quello che cerchiamo di dargli, oltre a regole di vita che gli permetteranno di inserirsi al meglio nella nostra società”. 

Tutte le attività svolte a Casa Lucia hanno l’obiettivo di “riparare” una ferita che non è solo interna, riferita ai vissuti dei ragazzi, ma soprattutto esterna, sociale, del territorio. In questo contesto, per i ragazzi creare legami esterni su diversi piani, diventa di vitale importanza, rappresenta la condizione primaria su cui ricostruire anche percorsi di speranza e solidarietà. In questo si inseriscono le attività sportive, i percorsi di studio o i tirocini formativi. Se Ibra, ragazzo albanese, racconta con soddisfazione di esser riuscito a prendere il diploma di scuola media, lo stesso Marwan invece nel tardo pomeriggio si recherà nella pizzeria che gli sta dando la possibilità di imparare una professione: “Tutte le sere il datore di lavoro passa a prendere a me e un altro ragazzo della casa. Io sto cercando di imparare a fare il pizzaiolo, lui il cuoco. Il mio sogno in realtà è quello di fare l’idraulico, ma intanto imparo questo mestiere, poi si vedrà”. Anche perché per questi ragazzi non tarderà ad arrivare una nuova sfida, quella della maggiore età, come sottolinea Lara: “Al compimento del 18esimo anno i ragazzi sono obbligati per legge ad abbandonare questa struttura che è dedicata unicamente a minori e se a noi resta il difficile compito di trovargli altre strutture, a loro resta il compito di doversi far trovare quanto più pronti per quel momento”.